ESCLUSIVA DNP – Katia Serra: “La strada è tracciata, ma il calcio femminile è ancora indietro. E la Nazionale…”

Archiviata la tredicesima giornata di campionato di Serie A, con la Fiorentina sempre saldamente al comando della classifica, abbiamo cercato di fare il punto sul movimento del calcio femminile con chi se ne intende. La redazione di Donnenelpallone.com ha intervistato in esclusiva Katia Serra, ex calciatrice e attualmente allenatrice, commentatrice e Responsabile del Settore Calcio Femminile AIC.

Al di là dei valori in campo che sta mostrando la Serie A, la scelta della società Fiorentina di affiliare la squadra femminile a quella maschile sta dando i frutti sperati?

Dopo l’anno scorso, ad oggi l’esempio è stato seguito anche da Empoli e Sassuolo e poi anche dal Parma. Lo chiedevamo da tanto ed è l’unica strada per aiutare il nostro calcio femminile a crescere in modo concreto. Non ci sono alternative e si tratta sicuramente del giusto sentiero per farlo“.

Questa crescita passa anche per il fatto che negli ultimi due anni prima Patrizia Panico e Melania Gabbiadini siano riuscite ad entrare nella Hall Of Fame del calcio? 

No, sono due cose diverse. Due anni fa l’Associazione Calciatori ha scritto una norma, avallata poi anche dalla Federcalcio, in cui veniva data l’opportunità alle Società di acquisire il titolo delle società sportive locali e tale norma ha dato la possibilità di concretizzare il tutto. Questo è stato un progetto tecnico che le stesse calciatrici, tramite i propri sindacati, chiedevano da anni per seguire gli esempi che ci sono fuori dal territorio italiano, perché all’estero questo connubio esiste già da molto tempo. Ovviamente, però, si raccoglie la realtà che c’è sul territorio: il Parma gioca in Serie C, Sassuolo ed Empoli hanno rilevato Reggiana e Castelfranco, che sono in Serie B, mentre solo la Fiorentina ha avuto l’opportunità di affidarsi a una società di Serie A“.

C’è una calciatrice che ti sta stupendo particolarmente in questa stagione?

Sinceramente nessuna in particolare, nel senso che secondo me sono tutte conferme. Che, ad esempio, Ilaria Mauro sia una giocatrice fortissima non è una novità: dopo l’esperienza tedesca si è ulteriormente migliorata. Ora, a Firenze può dedicarsi solamente a giocare a calcio e sta tirando fuori tutte le sue qualità. Più che una sorpresa, la conferma arriva dal fatto che le ragazze, per rendere al massimo, devono essere messe nella condizione di potersi allenare ogni giorno, con stipendio regolare e possano sentirsi calciatrici veramente professioniste“.

Per quanto riguarda la nostra Nazionale, si avvicinano gli Europei in Olanda. Quante possibilità ha la Selezione di Cabrini in questa manifestazione?

Per fare una buona figura bisognerà dare il 150%, perché obiettivamente il girone sarà molto duro. La Nazionale, però, è in crescita ed è composta da un gruppo molto unito e questo è fondamentale per ottenere buoni risultati. Per poterlo passare bisogna andare oltre i propri limiti, ma sappiamo che Germania – campione in carica n.d.r. – e Svezia sono favorite rispetto a noi“.

Come giudichi il lavoro delle Nazionali giovanili? Secondo te ha avuto una crescita negli ultimi anni? 

Sicuramente sì. La crescita nasce dal fatto che ci sono più giovani ragazze che giocano e quindi si può scegliere su un numero maggiore di calciatrici. Inoltre, è migliorata l’organizzazione riguardante lo scouting e il monitoraggio delle giovani giocatrici. In questo modo, chiaramente, si può lavorare con maggiore professionalità e tutto questo non può che dare in mano ai tecnici delle giovanili delle ragazze più pronte. Tuttavia, ancora oggi si deve fare di più a livello giovanile, perché troppo spesso in molti club ci si allena poco e si è sufficientemente pronti“.

Secondo te quanto tempo ci vorrà affinché il nostro calcio femminile possa giocarsi qualcosa di importante? 

Se pensiamo alla Champions o a qualcosa di questo tipo sarei molto contenta che succedesse, ma siamo ancora molto indietro. Realisticamente, credo che i frutti del lavoro potremo vederli fra circa una decina d’anni. Però, dobbiamo lavorare bene, perché il gap è ancora enorme“.

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