Caso Fossati, le motivazioni della sentenza. Difesa e accusa ricorreranno in appello

La squalifica di nove mesi inflitta a Maurizio Giuseppe Fossati ha finalmente le sue motivazioni. L’allora allenatore della Novese era stato deferito con, in sostanza, tre capi di accusa: 1. aver fatto dichiarazioni denigratorie, discriminatorie e omofobe nei confronti di alcune sue calciatrici; 2. aver tentato di baciare una giocatrice e dopo aver ottenuto un rifiuto dalla stessa avrebbe continuato a inviarle messaggi nonché foto della medesima e di una sua compagna di squadra in abbigliamento intimo; 3. aver comunicato al padre di un’altra calciatrice che non avrebbe ottenuto lo svincolo della figlia se non avesse corrisposto denaro alla società.

Sul punto 1 il collegio di commissione disciplinare non ha avuto dubbi: “risulta ampiamente comprovato che in svariate occasioni il deferito ha tenuto comportamenti atti a denigrare e/o insultare le proprie giocatrici per motivi legati all’orientamento sessuale e all’aspetto fisico, utilizzando espressioni dal seguente tenore: ‘siete qua solo per leccare la figa‘, ‘sei grassa come un maiale‘, ‘ma dove vai che pesi cento chili‘”. Fossati è stato condannato perché dalle testimonianze emerge che di questi episodi le calciatrici “hanno avuto una personale e diretta percezione e che [le frasi] non solo risultano univoche e concordanti, ma consentono anche di cogliere il tono offensivo con cui il deferito ha proferito le suddette espressioni”. Inoltre “le condotte discriminatorie e denigratorie del Sig. Fossati si sono ripetute abitualmente nel tempo e non sono state meramente occasionali”. Infine, si legge sul comunicato ufficiale che “tale condotta del deferito si pone in chiara violazione delle norme richiamate nel deferimento, oltre a doversi reputare del tutto inaccettabile in ordine al ruolo che l’allenatore è chiamato a ricoprire (oltretutto in una squadra femminile) e rappresentare in termini di formazione ed educazione non solo sportiva”.

Il punto 2 non ha portato a una condanna perché “le dichiarazioni della calciatrice M.S.L. si rivelano in alcuni passaggi poco chiare come, ad esempio, nel caso dell’episodio di un tentato bacio, in relazione al quale la calciatrice dapprima afferma di essersi sentita in imbarazzo perché l’episodio sarebbe avvenuto in presenza delle compagne e poi precisa che, in realtà, nessuno aveva visto l’episodio; aggiungasi che la stessa nel corso della sua audizione ha fatto riferimento alla ricezione di innumerevoli messaggi che dimostrerebbero il comportamento incessante del Fossati senza tuttavia farsi carico né di esibirli né di richiederne l’acquisizione da parte della Procura Federale”. Quindi “le sole dichiarazioni rilasciate dalla calciatrice in questione appaiono insufficienti a ritenere comprovati i fatti in oggetto, in quanto sono prive di qualsiasi ulteriore riscontro oggettivo; né detti fatti possono dirsi confermati sulla base delle dichiarazioni rese dalle compagne di squadra della calciatrice, che si limitano a riferire fatti appresi dalla stessa calciatrice, senza però che nessuna di loro ne abbia avuto conoscenza diretta”.  Infatti la commissione afferma che “le suddette dichiarazioni si basano su quanto riferito da M.S.L. ovvero ‘vociferato’ all’interno dello spogliatoio, mentre l’unica testimonianza diretta del comportamento contestato al Fossati è, a ben vedere, solo quella della stessa calciatrice M.S.L.”. Infatti “manca […] agli atti del giudizio il materiale probatorio relativo a tali addebiti (non vi sono né le fotografie né i messaggi telefonici che il deferito avrebbe ripetutamente inviato alla calciatrice) su cui è stato formulato l’atto di incolpazione riportato nel capo di deferimento e che secondo la Procura Federale avrebbe costituito ‘preciso elemento di riscontro logico alle propalazioni delle stesse’ dichiarazioni rese da M.S.L.; il che rende impossibile all’organo decidente la valutazione delle suddette fonti di prova, sia in ordine al contenuto, alla provenienza e finanche al loro eventuale impiego”. Quindi “non risulta sufficientemente provato che il deferito abbia assunto detti atteggiamenti e posto in essere comportamenti tali da sfociare in vessazioni fisiche o psicologiche, che come tali avrebbero rilevanza disciplinare”. In parole povere Fossati viene prosciolto da queste accuse per mancanza di prove e avrebbe addirittura sporto denuncia per aver testimoniato il falso contro Maria Speranza Levis.

Per il punto 3, come per il punto 1, la commissione ha pochi dubbi, ma stavolta emette una sentenza leggera. Si legge che “risulta acquisito agli atti, come già esposto, il file della registrazione audio della conversazione telefonica oggetto di detto capo di incolpazione, secondo il quale il Sig. Fossati, in occasione di una telefonata, avrebbe comunicato al padre della calciatrice G.Z. che non avrebbe ottenuto lo svincolo della figlia dalla suddetta società se non avesse corrisposto denaro alla società”. La commissione, però, ha trovato delle attenuanti nel comportamento di Fossati: “occorre tuttavia considerare il clima della complessiva telefonata, dalla quale viene estrapolata la isolata frase oggetto di contestazione (‘G. sta qua fino alla fine dell’anno altrimenti porti la moneta se vuoi‘)”. Nella telefonata vengono registrate frasi denigratorie e omofobe pronunciate da Fossati: “tale frase si inserisce in una conversazione dai toni concitati e conflittuali, nella quale come emerge dalla registrazione vengono utilizzate anche altre espressioni gravemente denigratorie, che confermano ulteriormente il secondo punto del primo capo di incolpazione (‘tu e quella lesbica di tua figlia‘; ‘purtroppo gli piacciono le donne e quindi va a cercarne altre‘)”. Queste parole, molto gravi, sono servite solo a confermare la prima delle tre accuse che abbiamo elencato. Il comunicato prosegue: “l’affermazione relativa allo svincolo della ragazza, così contestualizzata (e peraltro accompagnata dalle affermazioni del deferito che ha più volte ripetuto, nel corso della telefonata, al suo interlocutore, che la calciatrice aveva firmato un contratto che la legava al club fino al 30 giugno e che pertanto avrebbe dovuto rispettarlo fino al termine) e tenuto conto anche di quanto disposto dagli artt. 32, comma 2, CGS e 106 NOIF non si ritiene possa assurgere a una ipotesi di minaccia o di ‘estorsione’, ma semmai consente di confermare il temperamento tracotante del deferito (che si sente il padrone indiscusso della società sostenendo che ‘alla Novese comando io’) e di intolleranza verso (presunti) orientamenti omosessuali e costituisce comunque violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità che dovrebbero invece costantemente ispirare l’allenatore nello svolgimento del suo ruolo sia dentro sia fuori dal campo”.

L’avvocato Matteo Sperduti, difensore di Fossati, ricorrerà in appello per tentare la completa assoluzione del suo assistito. Lo stesso farà la procura federale. L’associazione ChangeTheGame della presidente Daniela Simonetti, che, rappresenta alcune famiglie delle ragazze scrive su un comunicato che “ringrazia le atlete e le loro famiglie per aver fatto il loro dovere di tesserate e aver testimoniato in Procura Federale quanto da loro subito. Avevano ragione e le motivazioni pubblicate oggi lo confermano. Le otto ragazze possono andare a testa alta ed essere fiere di se stesse: la questione femminile nel calcio può essere affrontata anche grazie a loro. La commissione disciplinare della Figc ha tuttavia ritenuto l’incolpazione per stalking e molestie nei confronti di una calciatrice non sufficientemente provata, anche se vi è stata la testimonianza diretta della vittima confermata da quelle delle altre ragazze. La commissione disciplinare non ha tenuto conto degli orientamenti della Corte di Cassazione sui reati di violenza e abusi sessuali che, di qualunque genere e specie, non hanno spettatori. Si consumano in luoghi appartati, lontano da occhi indiscreti. Ma in questi casi non vale l’antico brocardo ‘la mia parola contro la sua’ perché le parole delle vittime di abusi sessuali hanno maggiore dignità. La Suprema Corte di Cassazione, recita infatti: ‘Le dichiarazioni della persona offesa, vittima del reato di violenza sessuale, possono essere assunte, anche da sole, come prova della responsabilità dell’imputato, non necessitando le stesse di riscontri esterni’ (in motivazione la Corte ha precisato che, in questa materia, proprio perché al fatto non assistono testimoni, possono acquisire valore di riscontro esterno anche le confidenze rese dalla vittima a terzi) (Sez. 3 n. 1818 del 3.12.2010 – dep. 20.1.2011, L. C., Rv. 24913601). Ciò che il principio di diritto ora trascritto intende significare è che le dichiarazioni della vittima costituiscono prova diretta e non necessitano, a differenza delle dichiarazioni rese da persone offese vittime di reati diversi, di essere corroborate da riscontri di alcun tipo. Dunque chi senza testimoni consuma un abuso sessuale non è esente da responsabilità. A ciò si aggiunga che il grado di prova richiesto per un giudizio di condanna nel procedimento disciplinare sportivo deve essere superiore alla semplice valutazione di probabilità, ma inferiore alla esclusione di ogni ragionevole dubbio. È dunque adeguato un grado inferiore di certezza, ottenuto sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti, in modo tale da acquisire un ragionevole affidamento in ordine alla commissione dell’illecito. Se nel processo penale (ove il grado di prova deve condurre all’esclusione di ogni ragionevole dubbio) sono ritenute sufficiente le dichiarazioni rese dalla persona offesa ed anche la confidenza resa dalla vittima a terzi, a maggior ragione siffatta prova sarà valida e sufficiente nel giudizio sportivo. Rimaniamo in attesa del giudizio di secondo grado, nella speranza che le donne nel calcio trovino adeguata tutela da parte dell’ordinamento sportivo”.

La battaglia, dunque, non è ancora finita. Le parti combatteranno fino alla fine, l’una per la completa assoluzione, l’altra per il massimo della pena, possibilmente la radiazione.

Federico Scarso

Foto: Fazzari & Ramella.

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