Nadia Nadim, da rifugiata di guerra a stella del calcio

L’Italia affronta la Danimarca in un match delicato per le qualificazioni all’Europeo. Grande assente di giornata, che all’andata ha segnato una doppietta decisiva per la vittoria delle danesi, è Nadia Nadim, la cui storia è diversa dalla maggior parte delle compagne di squadra.

La piccola Nadia infatti non nasce in Danimarca, ma a Herat, città dell’Afghanistan, per poi trasferirsi e passare la sua infanzia nella capitale Kabul. Nel suo Paese imperversava la guerra civile e suo papà Rabani, generale dell’esercito afgano e appassionato di calcio, nei pochi momenti liberi era solito giocare assieme a lei e alle altre quattro sorelle con un pallone nel giardino di casa, perché fuori era vietato. La situazione peggiorò nel 1996 quando salirono al potere i talebani, che imposero subito la sharia, la legge islamica, rivelazione diretta di Allah e che rimane quindi assoluta e incontestabile dagli uomini. Questa legge va a detrimento delle libertà personali poiché basata su coercizioni e divieti, colpendo in particolare le donne a cui veniva imposto l’uso del burqa in età adulta, era negato l’accesso allo studio, al lavoro, oltre alla conduzione di automezzi, la pratica di ogni sport, calcio compreso, ma questi sono solo alcuni esempi. Arrivò il 2000 quando Nadia aveva solo dodici anni e suo padre venne assassinato dai talebani. Fu così che si vide costretta a scappare dal proprio Paese assieme alle sue quattro sorelle su decisione della madre Hamida, con destinazione Regno Unito per raggiungere alcuni familiari lì stabilitisi.

Un bel giorno le sei, tutte con passaporti falsi, saltarono su un camion stracolmo di fuggitivi, direzione Pakistan, per continuare il loro difficile viaggio della speranza verso l’Europa, passando per l’Italia. Dopo aver affrontato incognite e peripezie, spesso stivate in camion assieme ad altri migranti, arrivano a loro insaputa in Danimarca. Si stabilirono in un campo profughi a Sandholm, che si trova ad un’ora e mezza da Copenhagen: era il punto d’arrivo dei rifugiati, una sorta di Lampedusa danese, un luogo triste ma salvifico per le sei donne. Dopo alcune settimane le Nadim furono trasferite ad Aalborg, il nuovo campo profughi era proprio a ridosso di un campo da calcio dove alcune ragazze erano solite allenarsi. Nadia poteva osservarle attraverso le grate che recintavano il campo e nella sua mente affiorarono subito i ricordi d’infanzia: rimembrava quei momenti di svago quando calciava il pallone nel giardino di casa assieme al padre Rabani e alle sue sorelle. Il regime teocratico talebano le aveva rubato quell’infanzia serena che una ragazzina avrebbe dovuto e voluto vivere a pieno diritto: basata sull’aggregazione, sull’insegnamento scolastico, sulla pratica dello sport, ma lo stesso regime non era riuscito a toglierle la voglia di sognare, di ricominciare una nuova vita, era la prima volta che Nadia vedeva dal vivo delle ragazze che giocavano a calcio in totale libertà, nella spensieratezza, nel pieno divertimento, allora ai suoi occhi una scena inimmaginabile, il suo desiderio fu subito di giocare assieme a loro, di essere una di loro. Non passerà molto tempo prima che il suo sogno diventi realtà: fu così che entrò a far parte di quella squadra, il Gug Boldklub. Il suo talento fu evidente fin dalla prima partita, nella quale fu impiegata come difensore centrale.

Nel frattempo Nadia oltre a studiare si adoperava per dare il suo contributo al bilancio famigliare distribuendo giornali, uscendo prima dell’alba assieme a una sorella, entrambe in sella a un’unica bicicletta, mentre la mamma Hamida era occupata a svolgere tre lavori contemporaneamente. Continuando a praticare il calcio Nadia trova ben presto la sua identità di attaccante, tanto che le sue doti la fecero diventare una giovane promessa. Dopo poco tempo, a soli 16 anni, fu ingaggiata dal B52 Alborg e successivamente dal Viborg fino ad arrivare a giocare nella massima divisione danese firmando a 18 anni il suo primo contratto professionistico con lo Skvobakken. Proprio in quell’anno la vita la mise di fronte ad una scelta tra lo studio che aveva intrapreso da tempo e il calcio, una scelta difficile che avrebbe portato all’abbandono di una delle due discipline. Nadia aveva già perso troppo tempo, i brutti ricordi, le proibizioni, tutte le rinunce che la sharia le aveva imposto riaffiorarono nella sua mente. Troppo tempo aveva perso finora, tanto da non potersi permettere ulteriori rinunce. Ormai il suo carattere era stato plasmato dagli eventi, decise quindi di proseguire gli studi in medicina e di continuare a giocare a calcio e d’ora in poi i libri saranno sempre presenti nel suo bagaglio a mano. Durante le pause nei ritiri, nelle camere d’albergo durante le trasferte, la virtuosa Nadia si ritaglierà il tempo per continuare a studiare. Allo Skvobakken rimase per sei stagioni vincendo anche una coppa di Danimarca nel 2009. In questo periodo anche la Nazionale Danese la vorrebbe con sé, ma la burocrazia glielo impedisce. Nel 2012 venne ingaggiata dal titolato Fortuna Hjørring dove rimarrà per due stagioni. Stellare fu il suo debutto in Champions League dove mise e a segno una doppietta ai danni del Glasgow City con la partita che finì 2-1. Al Fortuna siglò 31 reti in 43 presenze, mettendo in bacheca anche un campionato danese nella stagione 2013/14.

È il 2014, sono passati quattordici anni dal suo arrivo in Danimarca e ora Nadia Nadim è diventata un’attaccante affermata, talentuosa, un pilastro della Nazionale Danese e molto ambita da blasonati club europei e statunitensi, i quali le proposero ingaggi molto sostanziosi. Nadia sceglierà gli Stati Uniti: giocherà per due stagioni nello Sky Blue per poi tornare in prestito al Fortuna Hjørring per un’altra stagione dove vincerà campionato e coppa di Danimarca, in seguito tornerà di nuovo negli States per altre due stagioni, questa volta nel blasonatissimo Portland Thorns giocando assieme a diverse top player tra cui Tobin Heath, Cristine Sinclair, Amandine Henry, Lindsey Horan e Emily Sonnett. Qui vincerà la Nels Shield nel 2016 e i Nwsl playoff nel 2017. Seguirà il rientro in Europa giocando per una stagione e mezza al Manchester City per poi approdare nel 2019 al Psg dove gioca tuttora.

Merita un paragrafo a parte la narrazione del suo percorso in Nazionale. Fu molto ambita fin dalle giovanile e in seguito da quella maggiore, ma inizialmente Nadia dovette scontrarsi con dei cavilli burocratici: nonostante avesse già acquisito la cittadinanza danese le fu proibito dalla Fifa di indossare la maglia delle rossocrociate poiché il regolamento prevede cinque anni di residenza nel Paese ospitante a partire dai 18 anni. La Federcalcio Danese si oppose a questa norma, riuscendo a convincere i legali della Fifa a fare un’eccezione ad personam, consentendole di far parte della Nazionale rossocrociata già dal 2009. Nadia non impiegherà molto tempo per diventare un elemento importante per la squadra, occupando subito un posto da titolare e di prima rigorista, arrivando fino a oggi al netto di 97 presenze e 38 marcature. Tra l’altro, è stata la prima calciatrice straniera naturalizzata danese nella storia della nazionale rossocrociata.

Nadia non è solo un’attaccante di alto valore ma è anche una ragazza dalle mille risorse: parla fluentemente 11 lingue, ha studiato regolarmente medicina presso l’Università di Aarhus, con l’obiettivo di diventare chirurgo dopo la carriera di calciatrice, nel 2018 é stata citata dal magazine Forbes tra le 20 donne più potenti nello sport e ha pubblicato nello stesso anno il suo libro “La mia storia”. Ma non è tutto: nel luglio 2019 è stata nominata ambasciatrice Unesco per l’istruzione di giovani ragazze e donne per promuovere la parità di genere nella vita di tutti i giorni, aggregandosi così alla Nazionale Statunitense in questa lotta.

La storia di Nadia è davvero particolare: oggi trentaduenne ritiene di aver vissuto ben oltre la sua età anagrafica. Attraverso la sua storia ci ha insegnato che tutto è possibile, basta volerlo, con volontà e sacrificio senza arrendersi mai. Sicuramente un modello da seguire per tutti.

Fabrizio Massi

Post Correlati

Leave a Comment